FRAGOROSO SILENZIO
lunedì 21 ottobre 2013
Quando la follia siede al potere…
Oggi, a mente fredda, si può parlare di ciò che è
accaduto a Roma sabato 19 ottobre.
Io non sono andata alla manifestazione,ma l’ho
seguita, momento per momento,in diretta TV e on line…
E ciò che ho visto e sentito non mi è piaciuto.
Per niente.
A fronte delle
decine di migliaia di manifestanti che c’erano, ed erano tutti
bellissimi,composti,motivati,preoccupati solo di far sentire la propria voce su
temi che scottano e che riguardano tutti…la casa e il lavoro,diritti
fondamentali che sembrano dimenticati dai più, c’erano loro..i giornalisti…tanti
infiltrati per filmare l’eventuale guerra…
C’erano famiglie al completo,italiane, di migranti e
rifugiati, giovani con bambini,mamme con in braccio i più piccoli…e poi loro,
le forze dell’ordine…4000, e poi elicotteri che hanno volato per ore per
riprendere dall’alto l’eventuale bagno di sangue…
Erano persone,quelle venute da tutt’Italia, che
volevano lo scontro? Erano terroristi professionisti in trasferta?
I terroristi sono tutti quelli che hanno cominciato
il giorno prima a far circolare notizie di arresti di terroristi mestieranti
rimpatriati…
E diffuso notizie sui Black bloc che si stavano
organizzando…
I terroristi sono quelli che hanno organizzato le
ore e ore di diretta TV che si aspettavano la guerra …e che dopo qualche ora
hanno cominciato a innervosirsi perché non stava accadendo,così hanno cominciato,con
voce tremula: si vede uno strano movimento laggiù…si sentono rumori strani…mi
sposto e vado a vedere…
Ecco finalmente sta accadendo…ma non è così…
Così migliaia di giornalisti presenti con
videocamera, hanno ripreso ore di manifestazione pacifica,ore di diretta TV, e alla fine,delusi, hanno enfatizzato i cinque minuti di agitazione di pochi
facinorosi ( che si dovrebbe anche verificare ) , il lancio di qualche fumogeno
e lo scoppio di un pedardo…che prima era pedardo poi un ordigno, poi diventato un potente ordigno
con dentro una pallottola…
Ma erano scocciati…non scorreva sangue e loro non
avevano lo scoop.
A sentir bene,il giorno dopo,e a leggere i giornali…il
vomito è garantito.
La schizofrenia è contagiosa e, forse, la rabbia per
la mancanza di materiale scottante su
cui poter scrivere giorni e giorni e assicurarsi la vendita,non fanno ragionare
e dare una lettura corretta della manifestazione…
Così i poliziotti e i dirigenti sono diventati “saggi”
e li hanno lasciati divertire, questi ragazzi cattivi, e ovunque si legge la
menzogna…
Per il Corriere addirittura gli ordigni erano tre…
Nessuno spiega e loda i servizi d’ordine dei
manifestanti,nessuno spiega che in piazza c’erano i movimenti che vogliono
fatti e non ideologie vaghe,che sono movimenti che portano in piazza le
famiglie, che non gridano slogan vuoti
ma richieste concrete, gente che non vuole “giocare”, gente che non vuole farsi
fregare…
Gente comune disposta a lottare per cambiare questa
società ingabbiata in politiche che alimentano a dismisura le
disuguaglianze,che hanno portato a 4 milioni i poveri nel nostro paese,che
alimentano i palazzinari e assolvono chi froda…
Questa realtà ha spiazzato tutti, quelli in cabina
di regia, quelli sul posto,quelli che dovevano far rientrare le eventuali
scaramucce, quelli che aspettavano le botte…
L’immaginazione è stata smentita,le violenze
scontate,immaginate,auspicate, per così emanare decreti per impedire ulteriori
e future manifestazioni, non ci sono state…
Cassandre…tante nel nostro paese!!!!!!!!!
Dire che la rappresentazione fatta nei giorni
precedenti da tanti giornalisti che si ritengono “abili osservatori” è stata
completamente sconfessata e settantamila persone,forse anche di più,hanno
partecipato democraticamente ad una vera sollevazione sociale.
Dire che questi giornalisti non sanno fare il
proprio mestiere è poco? Forse troppo dispiaciuti della riuscita della
manifestazione e del fatto che hanno dovuto riempire i vuoti delle dirette con
interviste sulla strada di gente che di terrorista non aveva niente,neanche un
cappuccio nero,neanche una spranga…neanche un segno di riconoscimento come
gesti molto eloquenti…ed evocatori di altri tempi…
Quelli erano tutti schierati davanti alle forze dell’ordine
che li hanno fatto giocare…
Ma l’informazione chi la gestisce? Chi la cura?
I capi redattori e i direttori cosa chiedono?
Perché la realtà è completamente diversa di quello
che raccontano…
Sempre vigili
domenica 13 ottobre 2013
Niki Aprile Gatti e...nessuno dorma!
13/10/2013 06:07
«Mio figlio Niki non si è ucciso Io scoprirò tutta la
verità»
Pierluigi Palladini
p.palladini@iltempo.it AVEZZANO Questa non è una storia normale. Questa è una
brutta vicenda di misteri, carcere e morte avvenuta ora, in uno stato di
diritto. È la peggiore di...
AVEZZANO Questa non è una storia normale. Questa è una brutta vicenda di
misteri, carcere e morte avvenuta ora, in uno stato di diritto. È la peggiore
di tutte le storie. Quella di una madre a cui viene strappato un figlio e
restituito un cadavere. È la storia di Niki Aprile Gatti, 26 anni, avezzanese,
morto in carcere dopo cinque giorni di detenzione preventiva. «Come è morto
Niki non sono riuscita a scoprirlo neanche con due opposizioni - esordisce
Ornella Gemini, madre di Niki - alle loro archiviazioni per suicidio. Niki non
si sarebbe mai suicidato e per loro lo avrebbe attuato con il laccio di una
scarpetta (in un carcere di massima sicurezza e ad un primo ingresso sono stati
lasciati i lacci? No, infatti alcuni detenuti mi hanno fatto sapere che non
vengono lasciati). Quel laccio, restituitomi neanche deformato, come scrisse
Beppe Grillo nel suo Blog, "non avrebbe sorretto neanche un criceto"
figuriamoci un ragazzo alto 1,80 e di un peso di 90 kg! Sufficiente, però, per
uno strozzamento omicidiario». La vita di Ornella Gemini, dal quel giorno, è
diventata lotta per la verità. «Niki era la mia vita, la mia ragione di vita.
Era un ragazzo pieno di sogni e talento che non ha mai avuto problemi con la
giustizia e mai fatto uso di droghe. Era all’Università a Roma ad Ingegneria
informatica, quando venne contattato da un altro ragazzo per un lavoro a San
Marino con un’azienda del settore. Lui la vide come un’occasione per attuare e
sviluppare le sue capacità e decise di partire. Improvvisamente, dopo un anno e
mezzo, il 19 giugno 2008 mi telefonò una sua amica per comunicarmi che avevano
arrestato tutti. Iniziò il calvario di telefonate agli avvocati fino a quando
seppi che l’accusa era truffa informatica e che Niki era stato tradotto nel
carcere di Rimini. Saprò solo 24 ore dopo che non era vero e che era a
Sollicciano. Solo lui era stato portato lì. E perché l’avvocato mi aveva
mentito? Perché a Niki è stata negata la telefonata alla famiglia? Perché io
l’ho dovuto sapere da estranei e non dovevo sapere dov’era? Niki è stato
l’unico fra i 19 arrestati a non avvalersi della facoltà di non rispondere,
voleva parlare col magistrato e raccontare ciò che sapeva, ma 10 ore dopo non
ne ha avuto più la possibilità! I colloqui fatti in carcere, di cui ho copia,
evidenziano un ragazzo con la certezza che non appena parlato col magistrato e
chiarita la sua posizione, uscirà da quel posto. Niki chiese quando sarebbe
stato interrogato e l’agente rispose: "La tua matricola ancora non arriva,
può anche darsi che tu venga mandato a casa o se arriva la matricola sapremo
ogni cosa, la matricola arriva domani (25 giugno)". Ebbene Niki non
avrebbe aspettato neanche di vedere se l’indomani sarebbe uscito perché parlava
con questo agente alle 10 del 24 giugno e dall’autopsia si scoprirà che Niki è
morto il 24 giugno alle 10». Straziante l’ultimo ricordo: «L’ultima volta che
l’ho visto è stato il 23 giugno fuori dal tribunale di Firenze. Cercavo
disperatamente di avvicinarmi al blindato e gli agenti della penitenziaria mi
urlarono "Stia a 20 metri di distanza altrimenti arrestiamo anche
lei!". Con Niki, hanno ammazzato anche me e la mia famiglia. Chiudo con
una frase del Presidente Pertini: "Ricordatevi quando avete a che fare con
un detenuto, che molte volte avete davanti una persona migliore di quanto non
lo siete voi". In attesa della Giustizia ricorderemo Niki per quel che era
e non per l’orribile morte inflittagli. È stato istituito un premio per
ricordare il suo talento all’Itis di Avezzano, il cui bando per gli studenti
uscirà a dicembre e con l’accordo del dirigente Anna Amanzi, verrà assegnato al
vincitore a giugno e sarà intitolato "Premio Niki Aprile Gatti". Il
premio sarà assegnato allo studente che si distinguerà per attività progettuali
particolarmente creative nell’informatica. È stata costituita anche
un’associazione "@ssociazione Niki Aprile Gatti", che promuove la
cultura tramite attività ricreative e formative. Tutto questo in linea con lo
splendido ragazzo che era Niki e di cui hanno privato me, la mia famiglia e la
Società tutta».
Pierluigi Palladini
lunedì 7 ottobre 2013
Di lavoro faccio l’indifferente???????
Solo queste parole...
Non c'è bisogno di dire altro...
Occorre reagire e agire...
07/10/2013
Kebrat, la ragazza dai ricci neri
MASSIMO GRAMELLINI
Pubblichiamo il testo della ’Buonanotte’ data domenica sera da Massimo
Gramellini ai telespettatori di “Che tempo che fa” su RaiTre.
Questa sera vi racconterò la storia di Kebrat, una ragazza di 24 anni con i
capelli ricci, di un nero che tende al rosso.
Giovedì mattina, credendola senza vita, l’hanno adagiata sulla banchina del
porto di Lampedusa accanto ai cadaveri, avvolta come un pacco regalo in un
foglio di alluminio dorato da cui spuntavano solo le braccia unte di nafta.
Aveva la pancia talmente gonfia di acqua e gasolio che, oltre che morta,
sembrava incinta.
Poi all’improvviso Kebrat ha aperto gli occhi e dopo una corsa in
elicottero è approdata in un ospedale di Palermo. Tutta tremante, con un filo
di voce dietro la mascherina dell’ossigeno, ha raccontato a un’infermiera la
sua avventura.
Kebrat è scappata dall’Eritrea con un gruppo di amici. È scappata da un
dittatore sanguinario che spedisce i dissidenti a lavorare in miniera come
schiavi e ha trasformato l’antica colonia italiana in un carcere dove le
guardie di frontiera sono autorizzate a sparare addosso ai fuggiaschi. Eppure
Kebrat ce l’ha fatta. Ha attraversato il deserto del Sudan, prima a piedi e poi
su un camion, e dopo due mesi inenarrabili ha raggiunto il porto libico di
Misurata. Ha guardato il mare e la bagnarola che stava per salpare, senza
neanche sapere dove l’avrebbero portata. L’importante era andare via. Ha
consegnato i risparmi familiari di una vita allo scafista tunisino che si
faceva chiamare The Doctor. E prima di partire ha indossato il vestito della
festa.
Durante il viaggio non ha mangiato nulla. Ha bevuto acqua di mare perché
c’era il sole e aveva tanta sete. Ogni tanto ha pregato Dio con gli altri
profughi in tutte le religioni possibili.
Alle tre di notte di giovedì il mare era grosso, e appena in lontananza è
apparsa la terra a Kebrat è scappato da ridere. I suoi brothers, come i profughi
eritrei si chiamano tra loro, sventolavano le magliette in segno di giubilo.
Ma a mezzo miglio dalla costa il motore si è rotto. Kebrat non ha avuto
paura: vedeva le luci dell’isola e delle altre barche. Un peschereccio si è
avvicinato, poi è andato via. La ragazza ha urlato, ma quelli non sentivano o
non volevano sentire. (Kebrat non sa che in Italia chi aiuta un profugo rischia
l’avviso di garanzia per favoreggiamento. E non sa nemmeno che il Frontex,
l’organismo europeo di pattugliamento che ci costa 87 milioni l’anno, è
talmente sofisticato da non vedere un barcone di legno a mezzo miglio dalla
costa).
È stato allora che qualcuno, per attirare l’attenzione, ha dato fuoco a una
coperta. Hanno provato a spegnere le fiamme con altre coperte e con l’acqua di
mare, ma è stato inutile. Così è arrivata la paura, tutti gridavano, si
stringevano, si spostavano dall’altra parte del barcone, che ha cominciato a
ondeggiare. Quando ha visto un suo amico ridotto a torcia umana, Kebrat ha
trovato il coraggio di gettarsi nell’acqua gelida.
Ha visto donne che cercavano di tenere a galla i loro bambini, le ha viste
affondare nel buio. Sembrava che salutassero, finché le braccia andavano giù.
Poi non ha visto più niente. Con in bocca il sapore del gasolio e del sale,
riusciva solo a sentire le urla: come di gabbiani, ma erano persone. Ha
nuotato, prendendo a schiaffi l’acqua per ore. Quando era allo stremo, a
malincuore si è tolta l’abito inzuppato, pensando che il suo peso l’avrebbe
portata a fondo. A quel punto è svenuta.
Ora è qui, nell’ospedale di Palermo, in prognosi riservata per lesioni
gravi ai polmoni. Del vestito della festa le è rimasta solo la parte superiore
del reggiseno, sulle cui coppe aveva scritto i numeri di telefono dei
familiari.
Ma l’infermiera che ha ascoltato la sua storia non sopporta che Kebrat
rimanga nuda. Raggiunge il suo armadietto, afferra una maglia bianca, la taglia
e la adagia sopra di lei. “Prendila tu, a me non serve”.
Stasera andrò a letto chiedendomi come fa il mio Paese a ritenere giusta
una legge che considera Kebrat una criminale, colpevole del reato di
immigrazione clandestina, punibile con l’espulsione immediata e la multa fino a
5mila euro.
SEMPRE VIGILI
domenica 29 settembre 2013
Io sono il Boss...
Io sono il
boss, l'imprenditore
il proprietario del partito dell'amore
io sono il Cesare, leader mondiale
io sono il papi, l'utilizzator finale
La camera è mia, è mio il senato
sono io il padrone di Ibrahimovic e Pato
c'ho banche e banchieri, c'ho case editrici
c'ho Confalonieri, la Rai,
Mediaset, gli attori e le attrici
è mio Il Giornale e il Viminale
e naturale fra tre anni il Quirinale
finalmente sarà mio come fatto personale
magistratura e corte costituzionale
E' tutto mio, faccio sul serio
palazzo Chigi, palazzo Grazioli
palazzo Macherio, palazzo Madama
c'ho Villa Certosa che c'ha mille stanze
castelli, Antigua con tremila dependance
E' tutto mio, cari italiani
anche la casa a Montecarlo di Tulliani è mia
c'ho Denis Verdini, Maria Stella Gelmini
Frattini, Ghedini e Roberto Formighini
Augusto Minzolini, il tg1 è mio
è mio il tg5 in tv, le donne son mie
son potente e quindi le voglie tutte
soprattutto Rosy Bindi
La Lega è già mia, Maroni, Bossi e Cota
ho comprato tutti e m'hanno regalato il trota
e la destra di strorace e la dc di rotondi
e sono mie le poesie di sandro bondi
Ah, Cicchitto, Dell'Utri, non sò più chi c'è
eh Scajola e la finissima Santalchè ohiè
il partito si ingrossa, ormai c'è la ressa
Brambilla, La Russa, Ignazio La russa
passare alla cassa
Le barzellette che racconto io
le scrivo io e fanno ridere a tuo zio
Di aziende e banche ho fatto il pieno:
basta così, domani compro il Mar Tirreno!
Io compro tutto, dall'A alla Z
ma quanto cosa questo c..o di pianeta?
Lo compro io! Lo voglio adesso!
Poi compro Dio, sarebbe a dir: compro me stesso!
il proprietario del partito dell'amore
io sono il Cesare, leader mondiale
io sono il papi, l'utilizzator finale
La camera è mia, è mio il senato
sono io il padrone di Ibrahimovic e Pato
c'ho banche e banchieri, c'ho case editrici
c'ho Confalonieri, la Rai,
Mediaset, gli attori e le attrici
è mio Il Giornale e il Viminale
e naturale fra tre anni il Quirinale
finalmente sarà mio come fatto personale
magistratura e corte costituzionale
E' tutto mio, faccio sul serio
palazzo Chigi, palazzo Grazioli
palazzo Macherio, palazzo Madama
c'ho Villa Certosa che c'ha mille stanze
castelli, Antigua con tremila dependance
E' tutto mio, cari italiani
anche la casa a Montecarlo di Tulliani è mia
c'ho Denis Verdini, Maria Stella Gelmini
Frattini, Ghedini e Roberto Formighini
Augusto Minzolini, il tg1 è mio
è mio il tg5 in tv, le donne son mie
son potente e quindi le voglie tutte
soprattutto Rosy Bindi
La Lega è già mia, Maroni, Bossi e Cota
ho comprato tutti e m'hanno regalato il trota
e la destra di strorace e la dc di rotondi
e sono mie le poesie di sandro bondi
Ah, Cicchitto, Dell'Utri, non sò più chi c'è
eh Scajola e la finissima Santalchè ohiè
il partito si ingrossa, ormai c'è la ressa
Brambilla, La Russa, Ignazio La russa
passare alla cassa
Le barzellette che racconto io
le scrivo io e fanno ridere a tuo zio
Di aziende e banche ho fatto il pieno:
basta così, domani compro il Mar Tirreno!
Io compro tutto, dall'A alla Z
ma quanto cosa questo c..o di pianeta?
Lo compro io! Lo voglio adesso!
Poi compro Dio, sarebbe a dir: compro me stesso!
lunedì 23 settembre 2013
Smisurata preghiera...
Per chi viaggia in
direzione ostinata e contraria
col suo marchio speciale di speciale disperazione,
chi tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore,
di umanità, di verità…
col suo marchio speciale di speciale disperazione,
chi tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore,
di umanità, di verità…
giovedì 5 settembre 2013
La via dell'inclusione...
Fine modulo
Se perde i ragazzi più difficili,la scuola non è più scuola.E’ un ospedale che cura i sani e respinge i malati?
Don Milani
Leggo e pubblico per riflettere insieme...
Quale inclusione? Riflessioni critiche sui
bisogni educativi speciali/ Il dibattito sui BES 8
Mi permetto di
proporre alcune riflessioni in riferimento al dibattito in corso nel mondo
della scuola e degli ambienti pedagogici sulla questione dei cosiddetti
‘bisogni educativi speciali’ che ha trovato una sua esplicita formalizzazione
nei documenti del Miur di dicembre 2012 e marzo 2013. Considero la questione
estremamente delicata e complessa ma anche importante poiché è il riflesso di
una concezione della scuola e di una visione della gestione delle differenze in
termini di apprendimento, crescita individuale e collettiva. In sostanza ne va
del modello di società che vogliamo costruire formando le future generazioni e
quindi della nostra idea di democrazia. Faccio rapidamente alcune
considerazioni e pongo alcuni quesiti sui quali invito il mondo della scuola ma
anche dell’educazione in generale a riflettere seriamente:
I rischi della logica differenzialistica e delle stigmatizzazioni
sofisticate
Ricordo che nel 1977
con la legge sull’integrazione scolastica degli alunni disabili nella scuola di
tutti si superava , almeno così si pensava allora, la logica differenzialistica
delle classi differenziali , delle scuole speciali e delle sezioni ghetto. Si
affermava il principio dell’eguaglianza delle opportunità nell’accesso
all’istruzione e all’educazione predisponendo strumenti e risorse (vedi
insegnante di sostegno) per favorire lo sviluppo delle potenzialità di tutti
gli alunni tramite una attività pedagogica accogliente, in grado di promuovere
l’individualizzazione dei percorsi di apprendimento e l’attività di gruppo
(produttrice di esperienze di socialità). Tutto andava quindi nella direzione
di lottare contro l’esclusione, la marginalizzazione e la
stigmatizzazione/inferiorizzazione dell’alunno disabile. Negli anni si sono
sviluppate esperienze didattiche e pedagogiche ricche di innovazione ma sono
anche emerse molti limiti e tante criticità. Con una direttiva del 2010 il
ministero pone la questione degli alunni con disturbi specifici
dell’apprendimento (dislessia, disgrafia, disortografia, discalculia); si
promuovono corsi di formazione per insegnanti (curriculari e di sostegno).
Comincia a porsi una domanda: se è giusto essere attenti al fenomeno dei DSA
non v’è il rischio di una identificazione rapida tra difficoltà di
apprendimento e disturbi specifici? Non v’è anche il rischio di accentuare lo
sguardo clinico-diagnostico a scapito dello sguardo pedagogico che dovrebbe
essere quello dell’insegnante? Abbiamo anche visto gli alunni con ADHD
(sindrome da deficit di attenzione e ipertattività); anche qui una nozione e
categoria ambigua e molto discussa: cosa vuol dire? Chi sono? Quale attenzione
pedagogica da parte dell’insegnante (una volta lo psicopedagogista francese
Henri Wallon parlava di ‘bambino turbolento’; si capisce che dire turbolento e
dire iperattivo non è la stessa cosa, non è lo stesso sguardo; il primo colloca
la questione nell’ambito educativo, il secondo in quello clinico-sintomatologico).
Adesso abbiamo i BES: chi sono? In parte si riprende alcune categorie
precedenti e si aggiunge: gli alunni con difficoltà di apprendimento (quale
alunno non presenta difficoltà di apprendimento?), gli alunni con disagio
psico-sociale (la povertà sociale è un problema?), quelli con difficoltà
linguistico culturali (l’essere figlio/a d’immigrati è un problema?), gli
alunni con un ‘funzionamento intellettivo limite’ (cosa vuol dire
esattamente?). Insomma una ulteriore categoria insieme ambigua, generica e
anche funzionale al paradigma clinico-diagnostico-terapeutico che sta
colonizzando culturalmente la scuola e la società. Faccio notare che le
categorie usate non sono per niente neutrali e che mentre la logica
differenzialistica tende a produrre e riprodurre diseguaglianze
(stigmatizzazioni sofisticate) il riconoscimento delle differenze passa tramite
un’azione pedagogica basata sul principio di eguaglianza nell’accesso ai saperi
e alle conoscenze. Insomma la logica differenzialistica delle categorizzazioni
continue non ha nulla a che fare con il riconoscimento delle differenze.
Quale inclusione?
Anche sulla questione
dell’inclusione occorre confrontarsi e chiarire meglio di cosa stiamo parlando.
Per anni si è parlato di integrazione, in particolare in riferimento
all’integrazione scolastica e sociale degli alunni con disabilità (distinguendo
la disabilità-prodotta da un deficit sensoriale, motorio, intellettivo
dall’handicap prodotto o conseguenza socio-culturale, ostacoli generati dalla
società nell’interazione con il soggetto con disabilità); si diceva che fosse
importante creare delle opportunità e delle situazioni educative e formative in
grado di rimuovere barriere e ostacoli. Di modificare tramite la mediazione
dell’azione educativa pregiudizi e situazioni handicappanti produttrici di
esclusione, autoesclusione e stigmatizzazione/interiorizzazione. Poi da alcuni
anni si è cominciato a parlare d’inclusione, precisando che si voleva
sottolineare che il cambiamento non poteva essere a senso unico ma reciproco
(soggetto e ambiente). Troviamo queste considerazioni già nei lavori dello
psicopedagogista sovietico Lev Vygotskij che parla di mediazioni: quello che
oggi vengono definite con le espressioni strumenti compensativi e dispensativi
(uso di tecniche, ausili e di accompagnamento e supporti). Produrre esperienze
di apprendimento mediato per favorire lo sviluppo delle potenzialità di tutti
gli alunni, appunto in una prospettiva d’integrazione e/o d’inclusione. Ma
sorge un dubbio: se il concetto d’inclusione è strettamente connesso agli
indirizzi proposti sui cosiddetti Bes si muove nella direzione del
differenzialismo, allora cosa vuol dire includere? Un concetto chiave rimane
quello di adattamento funzionale. Quindi si tratta di adattare, per il bene
dell’alunno ‘Bes’ , di ‘normalizzare’, di ‘curare’. di ‘riparare’. Ma a questo
punto non si rischia di riprodurre le diseguaglianze che si dichiara di volere
combattere? Non si rischia di fornire una giustificazione ‘scientifica’
all’esistenza, purtroppo reale, delle sezioni ghetto nelle scuole, e, quindi,
di riprodurre la logica delle classi differenziali? Nei documenti del ministero
si parla della valutazione dell’inclusività delle scuole: ma chi si occuperà di
questa valutazione? Quale formazione e competenze avranno i valutatori? Quali
criteri di valutazione saranno utilizzati? Non vorrei che i criteri (diffusi
nei sistemi di valutazione PISA) usati (successo scolastico, abbandono e
dispersione scolastica, autofinanziamento, progettualità approvate e realizzate)
finissero per penalizzare ulteriormente le scuole delle periferie, le scuole
povere dei quartieri emarginati, le scuole collocate nelle zone ad alta
presenza di immigrati… Vorrebbe dire riprodurre e accentuare le diseguaglianze
e essere in contraddizione con il detto costituzionale della Repubblica
italiana. Sono quesiti posti sia sul piano della riflessione filosofica,
pedagogica e sociologica da eminenti studiosi e pensatori come il tedesco
Jurgen Habermas (l’inclusione dell’altro) e il francese Charles Gardou (la
società inclusiva). Inoltre si pone anche la questione della relazione e del
tipo di collaborazione tra insegnante curriculare e insegnante di sostegno, ma
anche quella del rapporto tra scuola, famiglie e territorio: è quello che nei
loro lavori recenti dei colleghi belgi come J.P.Pourtois, H.Desmett e
B.Humbeeck chiamano ‘processi co-educativi’: come si costruisce l’alleanza
co-educativa tra i diversi attori della comunità? Come si può attivare e
realizzare insieme dei processi di emancipazione che garantiscono la giustizia
nei processi di apprendimento?
Didattica o didatticismo? La marginalizzazione della pedagogia
La gestione del gruppo
classe e l’organizzazione degli apprendimenti sono due aspetti fondamentali
dell’attività docente. La tendenza va sempre di più (lo si vede nella
formazione stessa del personale docente) nella direzione delle procedure
didattiche, della tecnologia didattica, dell’uso degli strumenti; si
sostituisce la didattica come processo vivo (che implica la relazione complessa
tra docente, alunni, metodi , strumenti, comunità scolastica) con il
didatticismo inteso come procedura. Interessante notare che la figura
dell’alunno come soggetto significante del processo
d’insegnamento/apprendimento è assente. Se è presente lo è solo come fonte di
problema. Il rischio è di vedere l’insegnante diventare un operatore della
diagnosi e della procedura tecnica per valutare la performance dell’alunno in
termini stretti d’istruzione (come se istruzione e educazione non fossero
interconnesse in modo vivo nell’esperienza in classe). La pedagogia (quindi la
formazione pedagogica dell’insegnante che dovrebbe andare a caccia di risorse,
capacità, potenzialità e non di ‘comportamenti problema’) viene marginalizzata
nella cultura scolastica e colonizzata dallo sguardo di una certa psicologia
clinica. Non a caso i documenti ministeriali non fanno praticamente mai
riferimento alla lunga e ricca esperienza delle pedagogie attive e
dell’educazione nuova; ancora meno di quelle prodotte dalla pedagogia speciale.
Quale modello organizzativo, quale politica? Logica burocratica o
democratica?
Si parla di docenti
esperti e preparati sui ‘BES’ , si parla di Centri territoriali per
l’inclusione: ma cosa vuol dire in modo preciso? Chi saranno questi docenti
esperti dei BES ? Quale formazione avranno? Quali compiti e competenze? Che
fine faranno gli insegnanti specializzati o di sostegno? Vediamo in tutto
questo una risposta tecnocratica-burocratica ad una questione di ordine
culturale, pedagogica e sociale; di nuovo vediamo una scuola e un corpo docente
deprivato del proprio protagonismo, della possibilità di partecipare
all’analisi e anche all’elaborazione di proposte concrete per favorire
l’effettiva eguaglianza delle opportunità per tutti gli alunni nell’accesso
all’istruzione e all’educazione. V’è bisogno del contributo degli insegnanti
che ogni giorno attivano delle esperienze pedagogiche e didattiche nelle loro
classi, che ogni giorno affrontano la complessità e le difficoltà del mestiere
dell’insegnante in una società sempre più atomizzata e individualistica. Gli
alunni portano a scuola le contraddizioni che vivono nelle loro famiglia e che
produce una società che fa di ognuno un consumatore-spettatore e non un
soggetto responsabile consapevole del legame tra individualità e comunità, tra
diritti e doveri, tra desideri personali e bene comune. Gli insegnanti vanno
coinvolti non come destinatari di indagini predisposte da pool di esperti, non
come mere esecutori di direttive ministeriali o di tecniche specializzate ma
come attori/autori in grado di produrre senso e di fornire, tramite la loro
pratica, proposte e indicazioni per un rinnovamento della nostra scuola
repubblicana.
Mi fermo qui. Sono
solo alcuni spunti di riflessione; sono convinto che occorre rimettere al
centro l’azione pedagogica e promuovere un autentico confronto dando voce agli
operatori della scuola, agli insegnanti, agli educatori, ma anche agli alunni e
ai genitori che spesso si trovano a dovere fare delle scelte senza capire di
cosa si sta parlando. Ne va del futuro dei nostri figli, della scuola della
Repubblica e anche del futuro della democrazia in questo paese.
Da:www.laletteraturaenoi.it
Sempre vigili
martedì 3 settembre 2013
Proprio...Una signora!
Leggo e pubblico....
Vergogna!
Riparte la stagione di “Presa Diretta”. A far discutere sul Web è l’intervista a durante la prima puntata del
programma condotto da Riccardo Iacona, puntata dedicata al contrasto tra
la crisi economico e il mondo “delle favole” dei super-ricchi d’Italia. Marisela Federici, curriculum alla mano, è la
donna-simbolo dei salotti-romani, regina delle feste, nipote di un ex
presidente del Venezuela e sposata con Paolo Federici, rampollo di una
famiglia aristocratica italiana.
Per
guardare l’intervista clicca qui
“Ricevere
è come un’università con musica. Si impara con tutta questa gente” esordisce Federici, “Il lusso senza cultura è un abuso.
Noi stiamo vivendo un periodo molto brutto e fare una festa non significa
che non sei cosciente di una realtà. Preferisco una festa al mese e non uno
psicanalista ogni settimana. Perché qui andiamo tutti in depressione.”
Suicidi? “Sono gesti disperati – continua
Marisela – che non portano a nulla. Molto meglio la speranza. Non voglio
essere cinica. Secondo me hanno un altro tipo di problemi. Hanno problemi
mentali, più che economici o altro. Sono persone che hanno già una tara mentale
che li porta a gesti disperati. Allora che parole useresti a gente che si trova
in queste condizioni? Speranza è molto bello perché almeno ti fa riflettere.
Poi sta a lui (loro, ndr). Lavorassero un po’ di più questi che si lamentano tanto. Che si mettessero a lavorare.”
Non dico ciò che penso... perchè sarei oscena!!!!!!!!!!!!!!
Sempre vigili
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