FRAGOROSO SILENZIO

mercoledì 4 marzo 2015

Niki Aprile Gatti...azzeriamo tutto?




Ho sempre pensato che il potere della magistratura, nel nostro paese,è un potere devastante per i cittadini; e oggi lo è ancora di più perchè è un mondo sordo e cieco di fronte ai diritti, se aggiungiamo poi che tra i magistrati ci sono sceriffi con un super ego straripante legittimati da forze dell’ordine incompetenti e repressive e da una politica legata a doppio taglio con la magistratura,otteniamo un sistema che diventa paranoico e ultra repressivo…forse solo così si può spiegare l’oscenità della custodia cautelare.
Così come è pensata la magistratura sta diventando veramente il male della democrazia,disparità di trattamento,incertezza del diritto, interpretazioni di leggi con svariati distinguo e ardimentose letture.
Distinguo non solo tra tribunali diversi ma anche tra sezioni diverse,una vera giungla dove il cittadino è costretto alla caccia di un giudice capace.
Il dramma è che questi sceriffi non si rendono conto che per le loro perverse interpretazioni e per le loro letture fantasiose un cittadino ne fa le spese e a volte non sono semplici o recuperabili eventi, ma sono tragedie…come per Niki…
E ora venite a dire:
«Non potevamo arrestare Niki», lui però è morto







La procura di Firenze che condusse nel 2008 l’operazione premium da cui scaturì l’arresto di 17 persone – tra le quali Niki Aprile Gatti, morto nel carcere di Sollicciano in circostanze poco chiare – non aveva competenza sul caso. È quello che è emerso durante l’udienza preliminare della settimana scorsa celebrata dopo ben sette anni dagli arresti preventivi.
Un caso clamoroso: i pm fiorentini che nel 2008 spedirono in custodia cautelare decine di indagati – tra i quali pezzi grossi come Piero Mancini, allora presidente dell’Arezzo e imprenditore di successo, e Giovanni Cappietti – non avevano competenza sul caso: spettava invece al la procura di Arezzo occuparsi della presunta associazione a delinquere finalizzata alle truffe telematiche con i numeri 899.
Una vicenda inquietante, un tortuoso percorso giudiziario dalle tinte fosche se si pensa che nell’ambito di quella inchiesta muore Niki Aprile Gatti.
Noi de Il Garantista abbiamo raggiunto Ornella Gemini  la madre del ragazzo che da anni lotta per avere verità e giustizia – e commenta la notizia con dolore: «Apprendo che i giudici fiorentini nemmeno dovevano aprire l’inchiesta per cui Niki era indagato, apprendo che eventualmente la procura doveva essere quella di Arezzo, apprendo che riparte tutto da lì e che tutto ciò che si è svolto è stato azzerato!».
Ornella Gemini a questo punto continua con dolore e rabbia : «Azzerato? Hanno azzerato anche mio figlio portandolo a Firenze. Ma a questo punto mi domando se mio figlio a Sollicciano ci doveva stare, oppure non era il carcere di competenza? Hanno azzerato il riciclaggio di denaro sporco a favore di un’associazione mafiosa, azzerato tutto. Si riparte da zero. Come si azzerano i presunti contatti con la mafia?».
 La madre di Niki non si dà pace: «Da zero? E mio figlio che era in custodia ”cautelare” come è stato cautelato dallo stato Italiano? Portandolo in un carcere duro e ”lasciandogli” i lacci? Consegnandogli un telegramma che non avrebbero dovuto ricevere visto che era in isolamento? Affiancandogli un avvocato che nulla aveva a che fare con il nostro contesto? Mettendolo in cella da incensurato con due detenuti ad alta pericolosità? Non consentendogli di fatto i contatti con la famiglia? Cosa devo pensare. che se si fosse avvalso della facoltà di non rispondere oggi sarebbe vivo? Devo pensare che è stato tutto un errore e che tutto verrà archiviato o prescritto? E perché hanno svaligiato il suo appartamento dopo la morte, queste persone cosa cercavano?».
Ornella continua: «Che azzerassero allora anche le archiviazioni per suicidio! Visto che mio figlio mai si sarebbe suicidato, devo pensare che non sono stati valutati a Firenze tutti gli elementi che avevano a disposizione?». E conclude: «Non ci ho creduto neppure per un attimo, così come non lo crede chi ha conosciuto Niki in vita e chi ha avuto modo di conoscere la sua vicenda attraverso il suo blog. Cosa devo pensare che ho perso un figlio che era la mia vita per errore? Sono pronta ad azzerare tutto, fatemi tornare a casa mio figlio, una casa in cui dal 24 giugno 2008 non si vive più!».
La vicenda di Niki Aprile Gatti è piena di ombre. Muore all’età di 26 anni nel carcere di Sollicciano il 24 giugno del 2008, all’interno della cella numero 10, IV sezione. Era in carcerazione preventiva da appena quattro giorni. Ufficialmente si sarebbe suicidato con un laccio delle sue scarpe annodato alla grata della finestra del bagno.
Ma per i familiari ci sono elementi e discordanze che fanno pensare a un suicidio simulato: il verbale del carcere attesta un sereno dialogo tra Niki e un agente alle ore 10 del 24 giugno, stessa ora e data in cui la perizia indica la morte di Niki; c’è il dubbio sul fatto che un laccio di scarpe possa sorreggere il peso di un uomo di 92 chilogrammi; ci sono testimonianze discordanti dei due compagni di cella; c’è la presenza illegittima dei lacci di scarpe nella cella con due detenuti autolesionisti e ad alta sorveglianza; l’autopsia in un primo momento parla di impiccagione con strisce di jeans, nonostante l’evidenza del segno sottilissimo sul collo e la restituzione dei medesimi pantaloni intatti.
Niki Aprile Gatti viene arrestato il 19 giugno del 2008 a San Marino, insieme ad altre diciassette persone, con l’accusa di presunta frode informatica nell’ambito dell’inchiesta Premium: incriminate la Oscorp SpA (dove lavorava Niki), Orange, OT&T e Tms, tutte residenti a San Marino; la Fly Net di Piero Mancini, Presidente dell’Arezzo Calcio, più altre “società offshore” con sede a Londra.
L’inchiesta Premium è stata avviata grazie alle denunce di migliaia di utenti di Firenze e Arezzo truffati a causa della tariffa maggiorata degli 899 o attraverso connessioni illegali a internet. Tale inchiesta si è andata a intrecciare ad altre indagini che approdano al filone perugino legato alle dichiarazioni del pluripentito – e molto spesso smentito per le sue dichiarazioni fasulle – Salvatore Menzo: mafia, broker che viaggiavano tra Londra e l’Italia, business di compagnie telefoniche, odor di riciclaggio riciclaggio di denaro sporco tramite società finanziarie, omicidi, conoscenze importanti come un esponente importante della Guardia di Finanza.  Uno degli indagati dell’inchiesta Premium era stato intercettato mentre parlava con il mafioso Salvatore Menzo per aiutarlo a riciclare il denaro – si parla di 55 milioni di euro – tramite lo Stato di San Marino.
 Niki Aprile Gatti non viene trasferito al carcere di Rimini così come avviene per gli altri 17 arrestati, ma, solo fra tutti, presso quello di Sollicciano.
Al termine dell’interrogatorio di garanzia, Niki è l’unico tra gli indagati a non avvalersi della facoltà di non rispondere. Si dichiara innocente e vuole uscire dal carcere al più presto. Nonostante ciò, gli viene confermata la custodia cautelare: poche ore più tardi, nella mattinata di martedì 24 giugno 2008, Niki viene trovato morto dai suoi compagni di stanza.
La madre, Ornella Gemini, viene avvisata direttamente sul suo cellulare: rito inusuale e senza rispetto del protocollo. Niki, secondo i familiari e gli avvocati, è stato ucciso proprio perché, da innocente, forse poteva rivelare alcuni elementi che avrebbero potuto creare enormi problemi.
Il Magistrato Lupi ha archiviato definitivamente la morte di Niki come suicidio. Ma senza chiarire le contraddizioni ben esposte dall’opposizione fatta dai familiari della vittima.
La prima opposizione fatta dalla famiglia, tra l’altro, sparì misteriosamente nei meandri della Procura.Così come sparirono i computer nell’appartamento di Niki a San Marino e che non furono mai sequestrati dalla Procura di Firenze: ma Niki non era stato arrestato e rinchiuso preventivamente in galera proprio per reati informatici? Ad oggi, domande senza risposta e con un’altra inquietante notizia: la Procura di Firenze non era di competenza e il processo si è azzerato. La prescrizione è vicina.

 Possiate avere lunghi momenti di riflessione e di pentimento!
Ma dovreste essere"uomini" e non lo siete!
Sempre vigili


giovedì 19 febbraio 2015

Barbari...è un complimento!





Le nostre carceri sono gabbie dove annientare le persone,
gabbie per nascondere l'inascondibile,
luoghi del dolore che altre persone imbevute di ipocrisia preferiscono ignorare.
E poi quando accadono queste cose e leggiamo questi commenti ci si indigna...
Ipocriti...


Da: Corriere.it

Suicidio detenuto, sul profilo Fb degli agenti frasi choc: «Uno in meno»
L’Alsippe, un sindacato della polizia penitenziaria, pubblica un link sul suicidio di un detenuto di 39 anni nel carcere di Opera a Milano. Si scatenano i commenti
di Redazione Online
I commenti alla notizia del suicidio in carcere
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L’Alsippe, l’Alleanza sindacale Polizia Penitenziaria, pubblica il 15 febbraio un link sulla propria pagina Facebook. Si parla del suicidio di un detenuto nel carcere di Opera a Milano. Un rumeno di 39 anni, condannato all’ergastolo per omicidio, si è impiccato nella sua cella. Il Giornale della Polizia Penitenziaria «condivide» a sua volta il link. E si scatenano i commenti: «Ottimo speriamo abbia sofferto», esordisce un uomo che sul suo profilo Facebook si qualifica come «ispettore presso il ministero della Giustizia». Passano una quarantina di minuti e arriva il secondo commento: «Uno in meno». E ancora: «Uno in meno, che sicuramente non avrebbe scontata la pena per intero, ci sarebbe costato parecchi denari e che all’uscita avrebbe creato di nuovo problemi. Spero che abbia sofferto. 3 mq a disposizione per qualcun’altro». Parole testuali.

I commenti su Fb


«Consiglio di mettere a disposizione più corde e sapone»
Seguono una ventina di altri commenti, tutti su questo tono. E molti degli autori - dalle informazioni da loro stessi riportate online - sembrano essere agenti. «Consiglio di mettere a disposizione più corde e sapone», «Collega scala la conta», «Giustizia fu’ fatta. Ora ci sarà la giustizia Divina a fare il resto», «Oh. Come sono dispiaciuto», «- 1 questo passo dovrebbero farlo in tanti così si risparmiano un po’ di soldi non vi pare», «un rumeno in meno che aveva ammazzato un anziano......evviva», «1 de meno. Che lo stato nu ha da magna. E x la conta 1 de meno», «Mi domando cosa aspettino gli altri seguirne l’esempio, tutto da emulare». C’è chi prova ad ammorbidire i toni: «Per piacere calma comprendo i disagi gravi del Vs.lavoro. Ma la morte non si augura a nessuno. Grazie e buon lavoro dovete essere sempre angeli». Replica immediata: «Lavora all’iterno (il commento è scritto così, ndr) di 1 Istituto. Poi vedrai. Specialmente extracomunitari. X questo mestiere devi ava er core nero».
Dap: «Nel caso fossero poliziotti, prenderemo provvedimenti»
Luigi Pagano, vicecapo vicario del Dap (Dipartimento amministrazionepenitenziaria) di Roma, commenta la vicenda: «Stiamo facendo accertamenti per capire, intanto, che sindacato è questo - spiega Pagano - e se effettivamente i commenti sono stati scritti da agenti della polizia penitenziaria, risaliremo all’identità e nel caso prenderemo gli opportuni provvedimenti». Pagano «stigmatizza tali commenti e dichiarazioni»: «Se sono veramente agenti, interverremo».
Sappe: «Ignobile esultare per la morte di un detenuto»
Anche Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, commenta i messaggi apparsi su social network: «Esultare per la morte di un detenuto è cosa ignobile e vergognosa. Il suicidio in carcere è sempre, oltre che una tragedia personale, una sconfitta per lo Stato. E ci vuole rispetto umano e cristiano ancor prima di quello istituzionale». Per Capece, «chi ha dato dimostrazione della sua stupidità ed insensibilità se ne assumerà le responsabilità. Quel che è certo - conclude il segretario del Sappe - è che non rappresentano affatto le donne e gli uomini del Corpo Polizia Penitenziaria che ogni giorno lavorano nelle carceri con professionalità, abnegazione ma soprattutto umanità».

Sempre vigili




martedì 3 febbraio 2015

Cani sciolti...








Questa volta non scrivo io...
Riporto il post interessantissimo di Paolo Franceschetti...


Da :http://paolofranceschetti.blogspot.it/2015/02/benvenuto-presidente.html

Se non si nasconde la testa nella sabbia…



Benvenuto Presidente

Ovvero: Il primo Presidente della repubblica al mondo ad ammettere di essere eletto illegittimamente.


Dopo qualche ora dall’elezione di Mattarella ho messo un post su facebook che ha provocato giustamente qualche polemica. Il messaggio era questo:

Mattarella. Mattarella. Dunque... mi sovviene che a Palermo apparteneva alla squadra di Salvo Lima, Ciancimino, Calogero Mannino. Mafia allo stato puro, anche se formalmente di correnti diverse, Ma forse lui non se ne era accorto. si incontrò con padre Pintacuda e ebbe intensi rapporti con Leoluca Orlando. Chi era Pintacuda? Il fondatore del cerisdi, un centro studi fondato da Pintacuda e che era (ed è) in realtà un centro dei servizi segreti, che sorge a Castel Utveggio, a Palermo. Quel centro da cui partì la telefonata che avvertì Brusca che falcone arrivava a Punta Raisi, e da cui fu azionato il telecomando della strage di Via D'Amelio. Ma forse Mattarella non lo sapeva. Tutte queste cose lui non le sapeva e non le sa. Magari era impegnato, o si era voltato dall'altra parte proprio in quel momento.




Qualcuno ha fatto domande altri hanno fatto precisazioni. In effetti sono stato troppo precipitoso volendo riassumere un pensiero complesso e una storia altrettanto complessa in poche righe, senza immaginarmi il gran numero di condivisioni (ma anche di conseguenti critiche) che avrebbe avuto.

Allora precisiamo alcune cose. Mattarella non era della corrente Andreottiana di Lima, ma della corrente De Mitiana. Non era quindi, tecnicamente, un "amico" di Lima. Vero. Era però, tecnicamente, un "amico" di Calogero Mannino, che ebbe ampi e comprovati rapporti con la mafia finché un giorno il "sistema" non si svegliò e decise di processarlo, probabilmente perché era diventato scomodo a qualcuno.
Ed è vero che non era in intensi rapporti con Leoluca Orlando. Per la precisione Mattarella viene dalla scuola del gesuita Bartolomeo Sorge, da cui proveniva anche Padre Ennio Pintacuda che, insieme a Orlando, furono i promotori della primavera di Palermo.
A un certo punto Sorge e Mattarella presero le distanze da Pintacuda e Orlando.
Basti dire che Pintacuda fu il fondatore del Cerisdi, il centro dei servizi segreti che sorge a Castel Utveggio e da cui partì la telefonata che avvisò Brusca dell’arrivo di Falcone a Punta Raisi, e da cui venne azionato il telecomando di via D’Amelio.
Ecco perché qualcuno, all’epoca, disse “né con la mafia né con l’antimafia”.
Perché se eri contro la mafia ti ammazzavano, come accadde a Boris Giuliano, Ninni Cassarà, Ciaccio Montalto e tanti altri.
Ma ti ammazzavano anche se capivi che l’antimafia non era meglio della mafia, come accadde a Borsellino. 

La Palermo di allora era quella. O stavi con la vecchia mafia, o con la nuova - molto più pericolosa e sottile - di Orlando e Pintacuda. 
Difficile capire da che parte stesse Mattarella, ma quel che è certo è che lui questo sistema non l'ha mai denunciato veramente. 
Ma altrettanto certo è che questo sistema lo conosce bene, se è vero che Mattarella è stato convocato come testimone al processo per la trattativa stato - mafia.

Tante altre cose si potrebbero dire allora di Mattarella. Ad esempio, la storia dei tre milioni dibuoni benzina che gli regalò Filippo Salamone imprenditore condannato per mafia (Salamone sosteneva fossero decine di milioni). Oppure i discussi rapporti con la mafia di suo padre Bernardo Mattarella (ma chi lavorava a Palermo in quegli anni, come poteva non avere rapporti anche solo indiretti con la mafia?).

Ma tutto questo non sarebbe importante, perché gli scheletri nell’armadio di precedenti Presidenti della Repubblica sono molto peggiori.
In compenso ci sono diversi fiori all'occhiello di questo nuovo presidente; fu uno dei pochissimi a opporsi alla legge Mammì che sanciva di fatto un'illegalità e consegnava a Berlusconi il monopolio televisivo del paese; si battè per abolire la leva obbligatoria

Chi ha raggiunto un grado di consapevolezza di come funziona la politica (quindi chiunque vada oltre le verità dei quotidiani e dei settimanali mainstream) sa che, chiunque fosse stato eletto, non poteva essere una persona completamente pura senza inquinamenti col potere. E sa che il vero problema dei politici più importanti non sta tanto nella singola tangente presa o nella frequentazione, ovverosia non sta tanto in ciò che il politico ha fatto, quanto in ciò che non ha fatto, che non ha visto, e che non vedrà.
Le domande che mi pongo, quindi, non sono “chi era suo padre? ha preso tangenti? chi ha frequentato a Palermo?”, ma le seguenti:

“Mattarella si rende conto che il problema a Palermo non è mai stata la mafia?”;
“questo Presidente vedrà che ci sono centinaia di minori che scompaiono in Italia e di cui non se ne sa più nulla?”; 
"sa il Presidente che per molti decenni in Sicilia erano quasi inesistenti le sparizioni di minori, proprio grazie alla mafia, e che invece queste erano elevatissime al centro - nord? Auspicherà mai un'inchiesta parlamentare su questo fenomeno?"
“si accorgerà dei dati ufficiali della polizia di stato da cui risulta che tra minorenni e maggiorenni ne scompaiono oltre un migliaio?”;
"essendo un giurista, si occuperà degli scandalosi meccanismi giuridici che favoriscono Equitalia rendendo impotente il cittadino e distruggendo l’economia italiana, e avvertirà che il meccanismo processuale è incostituzionale?";
"si rende conto di quale sia l’origine della crisi economica e ne denuncerà le cause prodigandosi per trovare una soluzione, oppure farà finta che va tutto bene dicendo, come ho letto su un delirante articolo dell’ANSA pochi giorni fa: 'Italia in ripresa, la disoccupazione giovanile scende al 42%' (un dato inaudito, tenendo conto che tra gli occupati ci sono anche quelli che guadagnano 300 o 400 euro nei call center, alle casse dei supermercati o come commessi di negozi) ?”.

Farà qualcosa per queste realtà?
Staremo a vedere.
Credo che sia questo il problema.
E quindi, chiunque fosse salito al Colle, non avrebbe cambiato nulla.

Per adesso, una cosa buona questo presidente l'ha già fatta. Il 4 dicembre 2013 la Corte Costituzionale, di cui Matterella è stato membro, ha dichiarato illegittimo il sistema di votazione, sostanzialmente affermando che tutto il parlamento è illegittimo, e quindi implicitamente dichiarando che, giuridicamente, anche Renzi, ad esempio, occupa un posto che non gli spetta. Ma va da sè che oggi anche l'elezione del Presidente della Repubblica deve essere considerata costituzionalmente illegittima.
In altre parole, abbiamo un Presidente della Repubblica che, caso unico in Italia e forse al mondo, ha, di fatto, affermato in un documento ufficiale quale una sentenza della Corte Costituzionale, di essere un presidente illegittimo.
L'inizio non è male.

Non resta quindi che dire: “Benvenuto, Presidente… Speriamo solo che lei sia un po’ meglio degli altri – assolutamente impresentabili anche nella facciata, eccezion fatta per Rodotà – che erano stati proposti e che si ricordi di suo fratello Piersanti, che è morto stritolato dall’assurdo sistema in cui viviamo e che forse, da lassù, potrebbe darle qualche suggerimento, ora che per lui il sistema apparirà tutto chiaro, anche nella sua follia”.



Da soli non si può far niente,
è giusto trovare una propria appartenenza,
un fondersi di idee e intenzioni
per distruggere un mondo di corruzioni;
per poter ricominciare
ci voglion nuovi volti
e non si può contare
sui cani sciolti.

Sempre vigili

sabato 24 gennaio 2015

Bella ciao : un inno di protesta







Da:


La nuova vita di Bella Ciao: da canzone della Resistenza a inno di protesta e libertà. Da Gezi Park sino a Tsipras
"Una mattina mi son svegliato e ho trovato l'invasor". Che si presenti sotto forma di austerity finanziaria, sotto quella della crisi, del terrorismo, dei "draghi" di Wall Street, sotto forma di Erdogan, Berlusconi o Sarkozy, del governo cinese o di quello spagnolo, la figura dell'"oppressore" e dello spirito di rivolta ha sempre lo stesso filo conduttore. Ed è per questo che "Bella Ciao" ha trovato una nuova vita: da canzone della Resistenza a inno di protesta e libertà.
La sua nascita è ancora oggi argomento di dibattito e la paternità, oltre che essere dichiarata a più riprese da diversi soggetti, non è chiara. Ovunque però viene, o perlomeno veniva, associata ai partigiani, all'antifascismo e alla Resistenza (qui la storia raccontata dall'Anpi).
Come canzone superò in forza e potenza Fischia il Vento diventando simbolo numero uno della Resistenza e oggi, che spira un altro vento, è emblema della ribellione globale e lotta alle ingiustizie.
E' diventata mondiale. Per ultimo l'ha cantata Alexis Tsipras - paladino dell'Europa anti austerity - durante la chiusura della sua campagna elettorale per le elezioni greche. In piazza gli ellenici intonavano scandito "Bella Ciao", ma non il resto della canzone. Gli unici a conoscerne le parole per filo e per segno erano gli italiani della brigata Kalimera, giunti ad Atene per sostenere Syriza. "Non ci aspettavamo che chiudesse con questa canzone. E' stata una sorpresa, una gioia immensa" dicono ancora eccitati. Significa "vento di novità non dimenticando le tradizioni. Ed è internazionale" spiegano dal comitato greco.
Eppure quel testo, e in particolare musicato con le note dei Modena City Ramblers nel 1994 (oggi pronti a cantarla anche in greco se Tzipras vincerà), negli ultimi anni risuona nelle piazze di tutto il mondo. Quasi sempre intonato da movimenti o gruppi di sinistra, ma non solo.
Negli ultimi 4 anni ha avuto un'escalation mondiale: fra i primi, a Zuccotti Park, furono quelli di Occupy Wall Street a cantarla. Era il 2011, amministrazione Obama: centinaia di indignados l'inneggiarono contro l'iniquità economica e sociale davanti alla sede della Borsa di New York. In quello stesso anno in Italia fu vietato dalla Rai di cantarla, durante il festival di Sanremo, a Gianni Morandi. L'"eterno ragazzo" fu sorpreso che "una canzone simbolo delle mondine divenisse poi elemento di polemica politica".
Lo era stato già 12 anni prima a Genova durante i cortei del G8. Suonato dalla tromba di Roy Paci, celebrato da Manu Chao, poi divenentato titolo di un documentario sui tragici fatti della Diaz e di Carlo Giuliani, Bella Ciao incarnava lo spirito di rivolta e cambiamento. Di chi non sta zitto. Tanto che nella stessa Genova nel 2013, ai funerali di Don Gallo (era la sua canzone preferita), fu intonato così forte che l'arcivescovo Bagnasco non riuscì a finire l'omelia.
Un altro prete, Franco Mella, la cantò durante la rivoluzione degli ombrelli di Hong Kong e la folla lo seguì. Da solo e in tv, invece, Michele Santoro la intonò in aperturadi un'edizione straordinaria del programma Sciuscià in polemica con l'Editto bulgaro di Berlusconi. L'ha cantata persino Matteo Salvini - come sberleffo - per protestare contro "l'invasione degli immigrati".
Ma è anche una canzone contro il terrore. Che replica agli attacchi terroristi, che connota valori anarchici, che fa ballare e sorridere: così l'hanno suonata - in italiano -durante i funerali dei vignettisti Charb e Tignous ammazzati a Parigi nella strage di Charlie Hebdo. A voler dire che oggi è una melodia di libertà diventata più internazionale de l'Internazionale.



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