FRAGOROSO SILENZIO

domenica 13 ottobre 2013

Niki Aprile Gatti e...nessuno dorma!






13/10/2013 06:07
«Mio figlio Niki non si è ucciso Io scoprirò tutta la verità»
Pierluigi Palladini p.palladini@iltempo.it AVEZZANO Questa non è una storia normale. Questa è una brutta vicenda di misteri, carcere e morte avvenuta ora, in uno stato di diritto. È la peggiore di...
         
          

    Abruzzo
AVEZZANO Questa non è una storia normale. Questa è una brutta vicenda di misteri, carcere e morte avvenuta ora, in uno stato di diritto. È la peggiore di tutte le storie. Quella di una madre a cui viene strappato un figlio e restituito un cadavere. È la storia di Niki Aprile Gatti, 26 anni, avezzanese, morto in carcere dopo cinque giorni di detenzione preventiva. «Come è morto Niki non sono riuscita a scoprirlo neanche con due opposizioni - esordisce Ornella Gemini, madre di Niki - alle loro archiviazioni per suicidio. Niki non si sarebbe mai suicidato e per loro lo avrebbe attuato con il laccio di una scarpetta (in un carcere di massima sicurezza e ad un primo ingresso sono stati lasciati i lacci? No, infatti alcuni detenuti mi hanno fatto sapere che non vengono lasciati). Quel laccio, restituitomi neanche deformato, come scrisse Beppe Grillo nel suo Blog, "non avrebbe sorretto neanche un criceto" figuriamoci un ragazzo alto 1,80 e di un peso di 90 kg! Sufficiente, però, per uno strozzamento omicidiario». La vita di Ornella Gemini, dal quel giorno, è diventata lotta per la verità. «Niki era la mia vita, la mia ragione di vita. Era un ragazzo pieno di sogni e talento che non ha mai avuto problemi con la giustizia e mai fatto uso di droghe. Era all’Università a Roma ad Ingegneria informatica, quando venne contattato da un altro ragazzo per un lavoro a San Marino con un’azienda del settore. Lui la vide come un’occasione per attuare e sviluppare le sue capacità e decise di partire. Improvvisamente, dopo un anno e mezzo, il 19 giugno 2008 mi telefonò una sua amica per comunicarmi che avevano arrestato tutti. Iniziò il calvario di telefonate agli avvocati fino a quando seppi che l’accusa era truffa informatica e che Niki era stato tradotto nel carcere di Rimini. Saprò solo 24 ore dopo che non era vero e che era a Sollicciano. Solo lui era stato portato lì. E perché l’avvocato mi aveva mentito? Perché a Niki è stata negata la telefonata alla famiglia? Perché io l’ho dovuto sapere da estranei e non dovevo sapere dov’era? Niki è stato l’unico fra i 19 arrestati a non avvalersi della facoltà di non rispondere, voleva parlare col magistrato e raccontare ciò che sapeva, ma 10 ore dopo non ne ha avuto più la possibilità! I colloqui fatti in carcere, di cui ho copia, evidenziano un ragazzo con la certezza che non appena parlato col magistrato e chiarita la sua posizione, uscirà da quel posto. Niki chiese quando sarebbe stato interrogato e l’agente rispose: "La tua matricola ancora non arriva, può anche darsi che tu venga mandato a casa o se arriva la matricola sapremo ogni cosa, la matricola arriva domani (25 giugno)". Ebbene Niki non avrebbe aspettato neanche di vedere se l’indomani sarebbe uscito perché parlava con questo agente alle 10 del 24 giugno e dall’autopsia si scoprirà che Niki è morto il 24 giugno alle 10». Straziante l’ultimo ricordo: «L’ultima volta che l’ho visto è stato il 23 giugno fuori dal tribunale di Firenze. Cercavo disperatamente di avvicinarmi al blindato e gli agenti della penitenziaria mi urlarono "Stia a 20 metri di distanza altrimenti arrestiamo anche lei!". Con Niki, hanno ammazzato anche me e la mia famiglia. Chiudo con una frase del Presidente Pertini: "Ricordatevi quando avete a che fare con un detenuto, che molte volte avete davanti una persona migliore di quanto non lo siete voi". In attesa della Giustizia ricorderemo Niki per quel che era e non per l’orribile morte inflittagli. È stato istituito un premio per ricordare il suo talento all’Itis di Avezzano, il cui bando per gli studenti uscirà a dicembre e con l’accordo del dirigente Anna Amanzi, verrà assegnato al vincitore a giugno e sarà intitolato "Premio Niki Aprile Gatti". Il premio sarà assegnato allo studente che si distinguerà per attività progettuali particolarmente creative nell’informatica. È stata costituita anche un’associazione "@ssociazione Niki Aprile Gatti", che promuove la cultura tramite attività ricreative e formative. Tutto questo in linea con lo splendido ragazzo che era Niki e di cui hanno privato me, la mia famiglia e la Società tutta».
Pierluigi Palladini



lunedì 7 ottobre 2013

Di lavoro faccio l’indifferente???????








Solo queste parole...
Non c'è bisogno di dire altro...
Occorre reagire e agire...

07/10/2013
Kebrat, la ragazza dai ricci neri
MASSIMO GRAMELLINI
Pubblichiamo il testo della ’Buonanotte’ data domenica sera da Massimo Gramellini ai telespettatori di “Che tempo che fa” su RaiTre.  

Questa sera vi racconterò la storia di Kebrat, una ragazza di 24 anni con i capelli ricci, di un nero che tende al rosso.  

Giovedì mattina, credendola senza vita, l’hanno adagiata sulla banchina del porto di Lampedusa accanto ai cadaveri, avvolta come un pacco regalo in un foglio di alluminio dorato da cui spuntavano solo le braccia unte di nafta. Aveva la pancia talmente gonfia di acqua e gasolio che, oltre che morta, sembrava incinta. 

Poi all’improvviso Kebrat ha aperto gli occhi e dopo una corsa in elicottero è approdata in un ospedale di Palermo. Tutta tremante, con un filo di voce dietro la mascherina dell’ossigeno, ha raccontato a un’infermiera la sua avventura. 

Kebrat è scappata dall’Eritrea con un gruppo di amici. È scappata da un dittatore sanguinario che spedisce i dissidenti a lavorare in miniera come schiavi e ha trasformato l’antica colonia italiana in un carcere dove le guardie di frontiera sono autorizzate a sparare addosso ai fuggiaschi. Eppure Kebrat ce l’ha fatta. Ha attraversato il deserto del Sudan, prima a piedi e poi su un camion, e dopo due mesi inenarrabili ha raggiunto il porto libico di Misurata. Ha guardato il mare e la bagnarola che stava per salpare, senza neanche sapere dove l’avrebbero portata. L’importante era andare via. Ha consegnato i risparmi familiari di una vita allo scafista tunisino che si faceva chiamare The Doctor. E prima di partire ha indossato il vestito della festa.  

Durante il viaggio non ha mangiato nulla. Ha bevuto acqua di mare perché c’era il sole e aveva tanta sete. Ogni tanto ha pregato Dio con gli altri profughi in tutte le religioni possibili. 

Alle tre di notte di giovedì il mare era grosso, e appena in lontananza è apparsa la terra a Kebrat è scappato da ridere. I suoi brothers, come i profughi eritrei si chiamano tra loro, sventolavano le magliette in segno di giubilo.  

Ma a mezzo miglio dalla costa il motore si è rotto. Kebrat non ha avuto paura: vedeva le luci dell’isola e delle altre barche. Un peschereccio si è avvicinato, poi è andato via. La ragazza ha urlato, ma quelli non sentivano o non volevano sentire. (Kebrat non sa che in Italia chi aiuta un profugo rischia l’avviso di garanzia per favoreggiamento. E non sa nemmeno che il Frontex, l’organismo europeo di pattugliamento che ci costa 87 milioni l’anno, è talmente sofisticato da non vedere un barcone di legno a mezzo miglio dalla costa).  

È stato allora che qualcuno, per attirare l’attenzione, ha dato fuoco a una coperta. Hanno provato a spegnere le fiamme con altre coperte e con l’acqua di mare, ma è stato inutile. Così è arrivata la paura, tutti gridavano, si stringevano, si spostavano dall’altra parte del barcone, che ha cominciato a ondeggiare. Quando ha visto un suo amico ridotto a torcia umana, Kebrat ha trovato il coraggio di gettarsi nell’acqua gelida.  

Ha visto donne che cercavano di tenere a galla i loro bambini, le ha viste affondare nel buio. Sembrava che salutassero, finché le braccia andavano giù.  

Poi non ha visto più niente. Con in bocca il sapore del gasolio e del sale, riusciva solo a sentire le urla: come di gabbiani, ma erano persone. Ha nuotato, prendendo a schiaffi l’acqua per ore. Quando era allo stremo, a malincuore si è tolta l’abito inzuppato, pensando che il suo peso l’avrebbe portata a fondo. A quel punto è svenuta. 

Ora è qui, nell’ospedale di Palermo, in prognosi riservata per lesioni gravi ai polmoni. Del vestito della festa le è rimasta solo la parte superiore del reggiseno, sulle cui coppe aveva scritto i numeri di telefono dei familiari. 
Ma l’infermiera che ha ascoltato la sua storia non sopporta che Kebrat rimanga nuda. Raggiunge il suo armadietto, afferra una maglia bianca, la taglia e la adagia sopra di lei. “Prendila tu, a me non serve”. 
Stasera andrò a letto chiedendomi come fa il mio Paese a ritenere giusta una legge che considera Kebrat una criminale, colpevole del reato di immigrazione clandestina, punibile con l’espulsione immediata e la multa fino a 5mila euro. 



SEMPRE VIGILI



domenica 29 settembre 2013

Io sono il Boss...






Io sono il boss, l'imprenditore
il proprietario del partito dell'amore
io sono il Cesare, leader mondiale
io sono il papi, l'utilizzator finale

La camera è mia, è mio il senato
sono io il padrone di Ibrahimovic e Pato
c'ho banche e banchieri, c'ho case editrici
c'ho Confalonieri, la Rai,
Mediaset, gli attori e le attrici
è mio Il Giornale e il Viminale
e naturale fra tre anni il Quirinale
finalmente sarà mio come fatto personale
magistratura e corte costituzionale

E' tutto mio, faccio sul serio
palazzo Chigi, palazzo Grazioli
palazzo Macherio, palazzo Madama
c'ho Villa Certosa che c'ha mille stanze
castelli, Antigua con tremila dependance

E' tutto mio, cari italiani
anche la casa a Montecarlo di Tulliani è mia
c'ho Denis Verdini, Maria Stella Gelmini
Frattini, Ghedini e Roberto Formighini

Augusto Minzolini, il tg1 è mio
è mio il tg5 in tv, le donne son mie
son potente e quindi le voglie tutte
soprattutto Rosy Bindi

La Lega è già mia, Maroni, Bossi e Cota
ho comprato tutti e m'hanno regalato il trota
e la destra di strorace e la dc di rotondi
e sono mie le poesie di sandro bondi

Ah, Cicchitto, Dell'Utri, non sò più chi c'è
eh Scajola e la finissima Santalchè ohiè
il partito si ingrossa, ormai c'è la ressa
Brambilla, La Russa, Ignazio La russa
passare alla cassa

Le barzellette che racconto io
le scrivo io e fanno ridere a tuo zio
Di aziende e banche ho fatto il pieno:
basta così, domani compro il Mar Tirreno!
Io compro tutto, dall'A alla Z
ma quanto cosa questo c..o di pianeta?
Lo compro io! Lo voglio adesso!
Poi compro Dio, sarebbe a dir: compro me stesso!



lunedì 23 settembre 2013

Smisurata preghiera...








Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
col suo marchio speciale di speciale disperazione,
chi tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore,
di umanità, di verità…







giovedì 5 settembre 2013

La via dell'inclusione...

Fine modulo

Se perde i ragazzi più difficili,la scuola non è più scuola.E’ un ospedale che cura i sani e respinge i malati?

Don Milani

Leggo e pubblico per riflettere insieme...

Quale inclusione? Riflessioni critiche sui bisogni educativi speciali/ Il dibattito sui BES 8
Scritto da Alain Goussot 19 Luglio 2013. Categoria: Scuola e università
Mi permetto di proporre alcune riflessioni in riferimento al dibattito in corso nel mondo della scuola e degli ambienti pedagogici sulla questione dei cosiddetti ‘bisogni educativi speciali’ che ha trovato una sua esplicita formalizzazione nei documenti del Miur di dicembre 2012 e marzo 2013. Considero la questione estremamente delicata e complessa ma anche importante poiché è il riflesso di una concezione della scuola e di una visione della gestione delle differenze in termini di apprendimento, crescita individuale e collettiva. In sostanza ne va del modello di società che vogliamo costruire formando le future generazioni e quindi della nostra idea di democrazia. Faccio rapidamente alcune considerazioni e pongo alcuni quesiti sui quali invito il mondo della scuola ma anche dell’educazione in generale a riflettere seriamente:
I rischi della logica differenzialistica e delle stigmatizzazioni sofisticate
Ricordo che nel 1977 con la legge sull’integrazione scolastica degli alunni disabili nella scuola di tutti si superava , almeno così si pensava allora, la logica differenzialistica delle classi differenziali , delle scuole speciali e delle sezioni ghetto. Si affermava il principio dell’eguaglianza delle opportunità nell’accesso all’istruzione e all’educazione predisponendo strumenti e risorse (vedi insegnante di sostegno) per favorire lo sviluppo delle potenzialità di tutti gli alunni tramite una attività pedagogica accogliente, in grado di promuovere l’individualizzazione dei percorsi di apprendimento e l’attività di gruppo (produttrice di esperienze di socialità). Tutto andava quindi nella direzione di lottare contro l’esclusione, la marginalizzazione e la stigmatizzazione/inferiorizzazione dell’alunno disabile. Negli anni si sono sviluppate esperienze didattiche e pedagogiche ricche di innovazione ma sono anche emerse molti limiti e tante criticità. Con una direttiva del 2010 il ministero pone la questione degli alunni con disturbi specifici dell’apprendimento (dislessia, disgrafia, disortografia, discalculia); si promuovono corsi di formazione per insegnanti (curriculari e di sostegno). Comincia a porsi una domanda: se è giusto essere attenti al fenomeno dei DSA non v’è il rischio di una identificazione rapida tra difficoltà di apprendimento e disturbi specifici? Non v’è anche il rischio di accentuare lo sguardo clinico-diagnostico a scapito dello sguardo pedagogico che dovrebbe essere quello dell’insegnante? Abbiamo anche visto gli alunni con ADHD (sindrome da deficit di attenzione e ipertattività); anche qui una nozione e categoria ambigua e molto discussa: cosa vuol dire? Chi sono? Quale attenzione pedagogica da parte dell’insegnante (una volta lo psicopedagogista francese Henri Wallon parlava di ‘bambino turbolento’; si capisce che dire turbolento e dire iperattivo non è la stessa cosa, non è lo stesso sguardo; il primo colloca la questione nell’ambito educativo, il secondo in quello clinico-sintomatologico). Adesso abbiamo i BES: chi sono? In parte si riprende alcune categorie precedenti e si aggiunge: gli alunni con difficoltà di apprendimento (quale alunno non presenta difficoltà di apprendimento?), gli alunni con disagio psico-sociale (la povertà sociale è un problema?), quelli con difficoltà linguistico culturali (l’essere figlio/a d’immigrati è un problema?), gli alunni con un ‘funzionamento intellettivo limite’ (cosa vuol dire esattamente?). Insomma una ulteriore categoria insieme ambigua, generica e anche funzionale al paradigma clinico-diagnostico-terapeutico che sta colonizzando culturalmente la scuola e la società. Faccio notare che le categorie usate non sono per niente neutrali e che mentre la logica differenzialistica tende a produrre e riprodurre diseguaglianze (stigmatizzazioni sofisticate) il riconoscimento delle differenze passa tramite un’azione pedagogica basata sul principio di eguaglianza nell’accesso ai saperi e alle conoscenze. Insomma la logica differenzialistica delle categorizzazioni continue non ha nulla a che fare con il riconoscimento delle differenze.
Quale inclusione?
Anche sulla questione dell’inclusione occorre confrontarsi e chiarire meglio di cosa stiamo parlando. Per anni si è parlato di integrazione, in particolare in riferimento all’integrazione scolastica e sociale degli alunni con disabilità (distinguendo la disabilità-prodotta da un deficit sensoriale, motorio, intellettivo dall’handicap prodotto o conseguenza socio-culturale, ostacoli generati dalla società nell’interazione con il soggetto con disabilità); si diceva che fosse importante creare delle opportunità e delle situazioni educative e formative in grado di rimuovere barriere e ostacoli. Di modificare tramite la mediazione dell’azione educativa pregiudizi e situazioni handicappanti produttrici di esclusione, autoesclusione e stigmatizzazione/interiorizzazione. Poi da alcuni anni si è cominciato a parlare d’inclusione, precisando che si voleva sottolineare che il cambiamento non poteva essere a senso unico ma reciproco (soggetto e ambiente). Troviamo queste considerazioni già nei lavori dello psicopedagogista sovietico Lev Vygotskij che parla di mediazioni: quello che oggi vengono definite con le espressioni strumenti compensativi e dispensativi (uso di tecniche, ausili e di accompagnamento e supporti). Produrre esperienze di apprendimento mediato per favorire lo sviluppo delle potenzialità di tutti gli alunni, appunto in una prospettiva d’integrazione e/o d’inclusione. Ma sorge un dubbio: se il concetto d’inclusione è strettamente connesso agli indirizzi proposti sui cosiddetti Bes si muove nella direzione del differenzialismo, allora cosa vuol dire includere? Un concetto chiave rimane quello di adattamento funzionale. Quindi si tratta di adattare, per il bene dell’alunno ‘Bes’ , di ‘normalizzare’, di ‘curare’. di ‘riparare’. Ma a questo punto non si rischia di riprodurre le diseguaglianze che si dichiara di volere combattere? Non si rischia di fornire una giustificazione ‘scientifica’ all’esistenza, purtroppo reale, delle sezioni ghetto nelle scuole, e, quindi, di riprodurre la logica delle classi differenziali? Nei documenti del ministero si parla della valutazione dell’inclusività delle scuole: ma chi si occuperà di questa valutazione? Quale formazione e competenze avranno i valutatori? Quali criteri di valutazione saranno utilizzati? Non vorrei che i criteri (diffusi nei sistemi di valutazione PISA) usati (successo scolastico, abbandono e dispersione scolastica, autofinanziamento, progettualità approvate e realizzate) finissero per penalizzare ulteriormente le scuole delle periferie, le scuole povere dei quartieri emarginati, le scuole collocate nelle zone ad alta presenza di immigrati… Vorrebbe dire riprodurre e accentuare le diseguaglianze e essere in contraddizione con il detto costituzionale della Repubblica italiana. Sono quesiti posti sia sul piano della riflessione filosofica, pedagogica e sociologica da eminenti studiosi e pensatori come il tedesco Jurgen Habermas (l’inclusione dell’altro) e il francese Charles Gardou (la società inclusiva). Inoltre si pone anche la questione della relazione e del tipo di collaborazione tra insegnante curriculare e insegnante di sostegno, ma anche quella del rapporto tra scuola, famiglie e territorio: è quello che nei loro lavori recenti dei colleghi belgi come J.P.Pourtois, H.Desmett e B.Humbeeck chiamano ‘processi co-educativi’: come si costruisce l’alleanza co-educativa tra i diversi attori della comunità? Come si può attivare e realizzare insieme dei processi di emancipazione che garantiscono la giustizia nei processi di apprendimento?
Didattica o didatticismo? La marginalizzazione della pedagogia
La gestione del gruppo classe e l’organizzazione degli apprendimenti sono due aspetti fondamentali dell’attività docente. La tendenza va sempre di più (lo si vede nella formazione stessa del personale docente) nella direzione delle procedure didattiche, della tecnologia didattica, dell’uso degli strumenti; si sostituisce la didattica come processo vivo (che implica la relazione complessa tra docente, alunni, metodi , strumenti, comunità scolastica) con il didatticismo inteso come procedura. Interessante notare che la figura dell’alunno come soggetto significante del processo d’insegnamento/apprendimento è assente. Se è presente lo è solo come fonte di problema. Il rischio è di vedere l’insegnante diventare un operatore della diagnosi e della procedura tecnica per valutare la performance dell’alunno in termini stretti d’istruzione (come se istruzione e educazione non fossero interconnesse in modo vivo nell’esperienza in classe). La pedagogia (quindi la formazione pedagogica dell’insegnante che dovrebbe andare a caccia di risorse, capacità, potenzialità e non di ‘comportamenti problema’) viene marginalizzata nella cultura scolastica e colonizzata dallo sguardo di una certa psicologia clinica. Non a caso i documenti ministeriali non fanno praticamente mai riferimento alla lunga e ricca esperienza delle pedagogie attive e dell’educazione nuova; ancora meno di quelle prodotte dalla pedagogia speciale.
Quale modello organizzativo, quale politica? Logica burocratica o democratica?
Si parla di docenti esperti e preparati sui ‘BES’ , si parla di Centri territoriali per l’inclusione: ma cosa vuol dire in modo preciso? Chi saranno questi docenti esperti dei BES ? Quale formazione avranno? Quali compiti e competenze? Che fine faranno gli insegnanti specializzati o di sostegno? Vediamo in tutto questo una risposta tecnocratica-burocratica ad una questione di ordine culturale, pedagogica e sociale; di nuovo vediamo una scuola e un corpo docente deprivato del proprio protagonismo, della possibilità di partecipare all’analisi e anche all’elaborazione di proposte concrete per favorire l’effettiva eguaglianza delle opportunità per tutti gli alunni nell’accesso all’istruzione e all’educazione. V’è bisogno del contributo degli insegnanti che ogni giorno attivano delle esperienze pedagogiche e didattiche nelle loro classi, che ogni giorno affrontano la complessità e le difficoltà del mestiere dell’insegnante in una società sempre più atomizzata e individualistica. Gli alunni portano a scuola le contraddizioni che vivono nelle loro famiglia e che produce una società che fa di ognuno un consumatore-spettatore e non un soggetto responsabile consapevole del legame tra individualità e comunità, tra diritti e doveri, tra desideri personali e bene comune. Gli insegnanti vanno coinvolti non come destinatari di indagini predisposte da pool di esperti, non come mere esecutori di direttive ministeriali o di tecniche specializzate ma come attori/autori in grado di produrre senso e di fornire, tramite la loro pratica, proposte e indicazioni per un rinnovamento della nostra scuola repubblicana.
Mi fermo qui. Sono solo alcuni spunti di riflessione; sono convinto che occorre rimettere al centro l’azione pedagogica e promuovere un autentico confronto dando voce agli operatori della scuola, agli insegnanti, agli educatori, ma anche agli alunni e ai genitori che spesso si trovano a dovere fare delle scelte senza capire di cosa si sta parlando. Ne va del futuro dei nostri figli, della scuola della Repubblica e anche del futuro della democrazia in questo paese.
Da:www.laletteraturaenoi.it
 Sempre vigili


martedì 3 settembre 2013

Proprio...Una signora!

Leggo e pubblico....

Vergogna!




 Riparte la stagione di “Presa Diretta”. A far discutere sul Web è l’intervista a  durante la prima puntata del programma condotto da Riccardo Iacona, puntata dedicata al contrasto tra la crisi economico e il mondo “delle favole” dei super-ricchi d’Italia. Marisela Federici, curriculum alla mano, è la donna-simbolo dei salotti-romani, regina delle feste, nipote di un ex presidente del Venezuela e sposata con Paolo Federici, rampollo di una famiglia aristocratica italiana.
Per guardare l’intervista clicca qui
“Ricevere è come un’università con musica. Si impara con tutta questa gente” esordisce Federici, “Il lusso senza cultura è un abuso.  Noi stiamo vivendo un periodo molto brutto e fare una festa non significa che non sei cosciente di una realtà. Preferisco una festa al mese e non uno psicanalista ogni settimana. Perché qui andiamo tutti in depressione.”

Suicidi? “Sono gesti disperati – continua Marisela – che non portano a nulla. Molto meglio la speranza. Non voglio essere cinica. Secondo me hanno un altro tipo di problemi. Hanno problemi mentali, più che economici o altro. Sono persone che hanno già una tara mentale che li porta a gesti disperati. Allora che parole useresti a gente che si trova in queste condizioni? Speranza è molto bello perché almeno ti fa riflettere. Poi sta a lui (loro, ndr). Lavorassero un po’ di più questi che si lamentano tanto. Che si mettessero a lavorare.”

Non dico ciò che penso... perchè sarei oscena!!!!!!!!!!!!!!
Sempre vigili


mercoledì 28 agosto 2013

Sapore di male...




CANTO DI PIANTO


'A GATTA MORTA

Sapore di male
Sapore rimane
S’appiccica addosso
Sapore di osso

Sapor di peccato
Di canto spezzato
Di uomo che uccide
La donna che ha amato

Sapore di male
Di male che infesta
Quel suo focolare
Di lacrime amare

Sapore di male
Il cuore s’arresta
Due volte ferito
Perché tuo marito

Sapore di male
Mi trema la mano
Nessuno è più forte
Grazie alla morte

Uomo che uccidi
Per un sentimento
Non avrai dono
Del nostro perdono

Donna che muori
Per mano violenta
Questo è il mio pianto
Questo è il tuo canto


Sempre vigili